Innervosimenti occasionali. / An accidental nagginess.

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Vorrei scrivere di Sud Sudan, di quello che è successo un mese fa, di quanto sta accadendo nel mio Paese adottivo. Ma non ce la faccio, non ancora. E allora mi limito a segnalare piccole ragioni di incazzatura quotidiana, che sempre più spesso coinvolgono un certo modo di narrare l’Africa tanto diffuso nei media occidentali. L’ultimo esempio in ordine di tempo ieri, nelle pagine culturali di Repubblica: traduzione di un articolo – peraltro interessante – di Nicholas Kulish sui Just A Band, gruppo musicale keniota di cui so colpevolmente poco ma che mi sembra, da quel poco che so ad oggi, interessante.
E fin qui, tutto bene. Il problema è che a fianco del titolo “Black Power” – e del solito, trito e ritrito stereotipo della rinascita del “continente nero” (giuro!) – c’è un’illustrazione (vedi sopra) che rappresenta un totem nativo-americano, in un museo vagamente etnografico, con una silhouette di bambino (questo sì) di colore che lo osserva sbalordito. E a mo’ di raddoppio, un’intervista a Rebecca Walker. Che è un po’ colorata, questo lo ammetto. Ma è americana. Figlia di quella Alice Walker che scrisse Il Colore Viola, e che in Africa c’era stata per la prima volta a vent’anni, e di un avvocato ebreo, Mel Leventhal, paladino dei diritti civili. Rebecca ha 44 anni, e ha scritto un libro (che non ho letto, sia chiaro): L’isola senza nome, “storia di un viaggio in Africa compiuto a 20 anni”. Commenta lei stessa: “Non ci sono mai più tornata. Ma quello che vedo arrivare, ora, da lì, mi sembra davvero l’inizio di una nuova rivoluzione culturale”.
Ora, io non ho niente contro la Walker, di cui – ripeto – non conosco nulla. E il disegno a centro pagina, a dirla tutta, non è male: colorato, geometrico, dinamico, elegante. Ma chissà come la prenderemmo, noi, se per parlare di un’ipotetica “New Italian Wave” un quotidiano americano o cinese scegliesse un’illustrazione in cui compaiono i templi dell’antica Grecia o i megaliti di Stonehenge. E come voce dall’interno – perché è in questa veste che parla la Walker, “siamo figli della classe che ha soppiantato il colonialismo europeo”, dice – venisse intervistato, a raccontare le bellezze dell’italico suolo e le potenzialità creative della nuova generazione dello Stivale, un italoamericano a caso – un Gay Talese, un Bill de Blasio, un Joe Bastianich…
Intendiamoci, non è che sia morto nessuno, qua. Però, come dire, girano. Perché se è vero che di Africa non si parla, sarebbe il caso – le rare volte in cui se ne parla – di prenderla sul serio. Come del resto vorremmo si facesse con noi.

I’d love to write about South Sudan, about what happened a month ago, about what is still going on in my adoptive country. But I can’t do it, not yet. Therefore, I limit myself to point out those small, daily nagging events that more often than not involve a certain way to talk about Africa, a way very much ingrained into Western media narratives.
The last example on my timeline dates back to yesterday, on
Repubblica‘s cultural pages: translation of an otherwise interesting article by Nicholas Kulish, mostly focusing on Just A Band (a Kenyan musical group about which I admit to know way too little, but that seems – again, from the little I know – to be quite interesting). So far, so good. The problem arises from the illustration published next to the headline “Black Power” – and next to the usual, old and boring stereotype of the re-birth of the “black continent” (I swear they really wrote it!): a Native American totem, in the vague setting of an ethnographic museum, with a silhouette representing a black child (this time, undoubtedly so) who stares in amazement. And as a support to the main article, an interview to Rebecca Walker. Who is a bit “colored”, yes, I admit it. But she is American. Daughter of that Alice Walker who wrote The Color Purple, and who visited Africa for the first time when she was 20, and a Jewish lawyer, Mel Leventhal, staunch defender of civil rights. Rebecca is 44, and wrote a book (which, I confess, I haven’t read yet): Adé, A Love Story, “the tale – she says – of a trip to Africa I did when I was 20”. She also adds: “I never went back there. But what I see coming from there now seems to me the beginning of a new cultural revolution.”
Now: I have nothing against Miss Walker, about whom – as I already stated – I don’t know much. And that illustration at the page center isn’t that bad at all: colorful, geometric, dynamic, elegant. But I wonder how would we react, if – in order to talk about a hypotetical “New Italian Wave” – an American or Chinese daily would choose an illustration with Greek temples or Stonehenge’s megaliths. And how about them picking up as a “voice from within” (because it is in this capacity that Rebecca Walker talks, “we are the sons and daughters of the class which replaced European colonialism”, she says),  to be interviewed about the beauties of Italian land and the creative potential of our new generation, a random Italo-American – let’s say, a Gay Talese, a Bill de Blasio, a Joe Bastianich…
At the risk of stating the obvious: nobody was killed here. There certainly are far more serious issues to be discussed. But – how can I put it? – it pisses you off, anyways. Because if it is true that we don’t talk enough about Africa, at least let’s take it seriously, in those rare occasions when we
do talk about it. Just as we wish they would do when talking about us.

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One thought on “Innervosimenti occasionali. / An accidental nagginess.

  1. Hai ragione a seccarti… Questa cosa purtroppo si ripete sistematicamente in tutti i campi… Comunque hai notato una cosa? Il totem ha un’aria alquanto innervosita, quasi come se pure lui fosse seccato di essere stato citato fuori contesto… Consapevolezza emersa inconsciamente nell’illustratore? 🙂

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