Più fatti meno parole / More acts less words

Scrivo questo poCRqPtOsVAAApLmcst dopo tanti, troppi mesi di silenzio. Mesi in cui ho assistito, come molti, con angoscia crescente alla disperata fuga verso la vita dei rifugiati e dei migranti, alle morti in mare (e, come é purtroppo accaduto in Bulgaria, per mano delle guardie di frontiera), all’indifferenza e all’ostilità di politici e teorici della Fortezza Europa, alla negazione del diritto stesso di essere umani.

Molto ci sarebbe da scrivere e su cui discutere, e prometto di farlo più spesso, da oggi in poi. Ma il motivo che mi ha spinto a rimettermi alla tastiera ora, e non stasera, non domani, é che credo sia arrivato il momento di agire. Per tutti coloro che, tra noi, non condividono l’idea di un mondo (ancora una volta) diviso nettamente tra sommersi e salvati, in cui la salvezza è determinata dalla fortuna attribuitaci da un dio o dal caso nel determinare il luogo della nostra nascita.

L’azione di oggi é quella di aiutare una giovane donna, Nawal Soufi, che ho intervistato di recente per ChimeForChange (il pezzo dovrebbe uscire a breve). I media italiani l’hanno definita Lady Sos, i siriani che spesso le devono la vita – perché è al suo cellulare che arrivano le richieste di aiuto dei barconi in avaria, ed è tramite la sua rete di contatti che a molti è stato possibile evitare gli scafisti di terra una volta approdati da questa parte del Mediterraneo – la chiamano Mama Nawal. È giovane, arrabbiata, determinata.

Da questa mattina Nawal, che vive a Catania, si trova in Grecia. Con un piccolo gruppo di attivisti italiani, si sta recando a Lesbo, dove – mi ha detto – nonostante la presenza di agenzie internazionali, un numero altissimo di rifugiati non viene accolto da nessuno, e si ritrova accampato al freddo, senza acqua, senza viveri, senza vestiti asciutti, senza denaro per continuare il proprio viaggio. Uomini, donne, bambini. Le immagini, purtroppo, le conosciamo benissimo.

Ecco, io avrei voluto andare a Lesbo con Nawal, o con altri che come lei si stanno rimboccando nel concreto le maniche e sono in viaggio verso quei luoghi dove, come a Lesbo, l’emergenza è ancora più drammatica che altrove (per chi di voi usi Twitter: @bouckap é l’account di Peter Bouckaert, Emergency Director di Human Rights Watch. Sul posto da settimane, e non le manda a dire a nessuno). Purtroppo non sono in grado di farlo. Quello che posso fare è far girare l’appello di Nawal: servono fondi per cibo, medicine, vestiti (oltre a quelli giá portati dall’Italia), tende, benzina per il generatore, coperte termiche. Anche in Grecia fa freddo, ora, e l’ipotermia è un rischio concreto e tremendo.

Per chi volesse sostenere Nawal dall’Italia o da altrove, per ulteriori informazioni o chiarimenti: nawalnoborder@libero.it

Posso anche fornirvi direttamente, su richiesta, i dettagli PostePay e Money Transfer.

Non tutti possiamo essere lì, ora. Tutti, però, possiamo dare una mano. Ed è arrivato il momento di farlo.

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I am writing this post after too many months of silence. Months during which I assisted, just like many others, with increasing anguish to the desperate run for life of refugees and migrants, to the deaths at sea (and, as it sadly happened in Bulgaria, at the hands of border patrols), to the indifference and hostility of politicians and Fortress Europe theorists, to the negation of the very right to be human. 

There would be a lot to write about and to discuss, and I promise I will try to do it more often, from today on. But the reason that pushed me to sit and type on my keyboard now, not tonight, not tomorrow, is that I believe it’s time to act. For all of us who don’t share the idea of a world (once again) split between drowned and saved ones, where safety is determined by the sheer luck a god or chance granted us in determining our place of birth.

The act, today, consists in helping a young woman, Nawal Soufi, whom I recently interviewed on behalf of ChimeForChange (the article will be published soon).  Italian media gave her the nickname of Lady SOS, the Syrians who often owe her their own lives – because it’s to her cellphone that people on damaged boats send their call for help, and it is through her network that many refugees and migrants managed to escape smugglers once they touch this side of the Mediterranean shores – call her Mama Nawal. She is young, angry, focused. 

Since this morning Nawal, who lives in Catania, is in Greece. With a little group of Italian activists, she is headed towards Lesvos, where – she told me – despite the presence of international agencies, a high number of refugees isn’t welcomed by anyobe, and finds itself stranded in the cold, without water, food, dry clothes, money to carry on with their journey. Men, women, children. Unfortunately, we know these images only too well. 

I would have loved to travel to Lesvos with Nawal, or with many others who just like her are physically rolling up their sleeves and are headed towards those places where, as in Lesvos, the emergency is even more dramatic than elsewhere (for those among us who are on Twitter: @bouckap is the account of Peter Bouckaert, Emergency Director of Human Rights Watch. He’s been there for weeks, and isn’t soft on anybody). Sadly, I am not in the position of doing it. What I can do, instead, is to help Nawal’s appeal to circulate: they need money for food, drugs, clothes (on top of those already brought from Italy), tents, fuel for the generator, thermic blankets. In Greece it is getting cold, too, and hypothermia is a very tangible, horrifying risk. 

For those among you who would like to support Nawal, from Italy or elsewhere, or who would like to have more infos: nawalnoborder@libero.it

I can also provide PostePay and Money Transfer details, upon request.

Not all of us can be there. Every single one of us is, however, in the position to lend a hand. And the moment has come to do it, now.

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